Progetto Arca 1

Progetto Arca,
per non lasciare indietro nessuno

Pettorine bianche e azzurre e scatoloni in mano. Si fanno spazio tra qualche sguardo ancora diffidente e quello fiducioso dei più che hanno ormai imparato a conoscerli. Ogni lunedì e giovedì sera, i volontari di Progetto Arca popolano con la loro unità di strada i portici di Piazza San Pietro, a Roma, per portare pasti caldi, vestiti e beni di prima necessità a persone che, per i motivi più disparati, si trovano in difficoltà, non hanno più una casa in cui tornare e sono così costrette a vivere in strada.

Progetto Arca nasce nel 1994, a Milano, per iniziativa di un gruppo di amici mossi dal desiderio di fornire un aiuto concreto a persone in stato di indigenza. Le tappe, in quasi trent’anni di vita, sono tante. Nel 1998 Arca viene riconosciuta come onlus, nel 2008 diventa fondazione. Nel frattempo, le iniziative si moltiplicano: unità di strada, strutture di accoglienza residenziale, sostegno alimentare. Con un unico obiettivo: non lasciare indietro nessuno. Così Arca inizia a espandersi a Napoli, Torino e, nel 2013, approda a Roma con l’unità di strada. Quindici volontari, coordinati oggi da un veterano dell’unità, Alessandro, si organizzano in turni e rendono così possibile, in collaborazione con la Sala operativa sociale del Comune di Roma, il dipartimento per le Politiche sociali di Roma Capitale e l’assessorato, questa importante macchina di aiuto.

All’inizio un’uscita a settimana, il lunedì sera, a San Pietro, poi due, il lunedì e il giovedì, sempre a San Pietro. La volontà di portare aiuto anche nella periferia della città spinge infine l’unità a fissare altri due appuntamenti, il martedì e il venerdì, nel XV Municipio, arrivando così a consegnare ogni settimana cinquecento pasti e colazioni. In caso poi di particolare disagio, il coordinamento con la Sala operativa consente di mettere in campo interventi più profondi, come quelli di tipo medico.

Progetto Arca 3

L’attività di Progetto Arca su Roma non si ferma però al primo aiuto. La Fondazione vuole fare qualcosa in più per sostenere chi vive situazioni di difficoltà e permettergli davvero di ripartire. E da dove si può ripartire, se non da una casa? Nasce così nel 2014 a Roma nord, in zona Grottarossa, Casa Arca, un appartamento di circa cento metri quadri, al quarto piano di una palazzina, dove vengono ospitate, per un periodo di circa un anno, cinque/sei persone (esclusivamente uomini, maggiorenni) segnalate solitamente ad Arca dalla Sala operativa del dipartimento capitolino alle Politiche sociali o direttamente dai centri di accoglienza.

La filosofia che anima questa iniziativa, spiega Michela Ottavi, responsabile di Progetto Arca su Roma e Lazio nonché di Casa Arca, è quella dell’”housing first”, ovvero “la casa prima di tutto”, per cui la casa è ritenuto il punto di partenza fondamentale per un percorso di rinascita, ciò che più di ogni altra cosa permette a chi viene da un’esperienza in strada di riacquisire la “dignità di persona”. «Si tratta di un modello di accoglienza innovativo, nato in America, che Fondazione Arca è stata tra i primi a sviluppare in Italia», per cui gli inquilini vivono in una condizione di semi-autonomia, in modo da «riacquistare subito quelle competenze e quella dimensione che per tanto tempo non hanno avuto», spiega.

All’interno di Casa Arca, ciascun inquilino ha un piano di “recupero” individualizzato, grazie a un’équipe specializzata che vede, al fianco di Michela, Laura, un’educatrice, Alessandro, un operatore socio-sanitario, e Silvia, una psicologa. Un’équipe che, piano piano, diventa per gli inquilini un punto di riferimento, dove trovare il supporto ma anche l’ascolto, il calore e l’affetto familiare di cui c’è bisogno per recuperare la forza di ripartire, la fiducia in se stessi necessaria a rimettersi in gioco. Si parte dall’organizzazione degli aspetti fondamentali, come la situazione sanitaria, la regolarizzazione dei documenti, la presa in carico da parte di un assistente sociale o di un medico di base – qualora l’ospite non lo abbia già -, per sostenere poi queste persone in un percorso di rinascita che passa per piccoli traguardi, quali possono essere il riprendere a fare una lista della spesa, a cucinare, a pulire casa in maniera autonoma. Quei piccoli passi, necessari «ma non immediati», sottolinea ancora Michela, tramite cui queste persone tornano a prendersi cura di sé e della propria vita.

Una volta iniziato questo percorso, si passa anche all’orientamento e, se possibile, all’inserimento lavorativo. «In questo modo hanno la possibilità di iniziare a mettere da parte dei soldi e pensare a una soluzione abitativa autonoma, una volta usciti da Casa», dice Michela, evidenziando come la percentuale di autonomia abitativa e lavorativa degli ex inquilini arrivi al 70-80 per cento. Arca rimane però famiglia per tanti di loro, nei quali si sviluppa un radicato sentimento non solo di gratitudine, ma anche di amicizia, di fiducia, di intimità, portandoli a mantenere il rapporto anche dopo la fine del periodo di permanenza in Casa. E, in alcuni casi, anche a voler “restituire” in qualche modo la solidarietà ricevuta, mettendosi a propria volta in ascolto del prossimo.

Di esempi del successo di Casa Arca se ne possono trovare molti. Ma c’è una storia che, forse più di tutte, testimonia la forza di questa esperienza. Ed è quella di Alessandro, il veterano, coordinatore dell’unità di strada su Roma, di cui si è parlato poco sopra. Prima di diventare volontario e poi responsabile dell’unità, Alessandro è stato inquilino di Casa Arca. Il suo incontro con la fondazione è avvenuto da “utente”, quando, anni fa, a seguito di alcune difficoltà, è finito in strada.

HO TOCCATO CON MANO

L’INDIFFERENZA DELLA SOCIETÀ,

PER QUESTO

CON L’UNITÀ DI STRADA

VOGLIO PORTARE

UN SOSTEGNO PSICOLOGICO

La storia di Arca non finisce però qua. Nel 2020, anno della pandemia, la povertà assoluta ha raggiunto in Italia i livelli più elevati dal 2005, secondo l’ultimo report sulla povertà dell’Istat. Ed è per far fronte alle vecchie e nuove povertà che la pandemia ha accentuato o portato con sé che, a partire dal primo periodo di lockdown, Progetto Arca mette in campo, in collaborazione con Croce rossa italiana, anche un’iniziativa di sostegno alimentare per famiglie e minori.

Nell’ultimo anno sono state consegnate 3.900 box alimentari, pensate per far fronte alle necessità mensili di un intero nucleo familiare. La precedenza va alle famiglie con più fragilità, quindi con anziani, minori, disabili. Le famiglie che hanno beneficiato di questo aiuto nell’ultimo anno sono circa settecento, a cui si aggiungono altre cinquecento famiglie con minori a cui Arca ha donato card mensili destinate all’acquisito di prodotti per l’infanzia.

Per un progetto così forte, così sentito, ogni traguardo è però sempre un piccolo passo in un percorso di continua crescita. Compiuto uno step, si pensa al prossimo. In effetti, di progetti per il futuro ce ne sono molti. E, a guardare bene, non sono neanche così lontani. L’inizio di febbraio vedrà infatti l’arrivo in città del Food truck, cucine mobili che permetteranno ad Arca non solo di ampliare il servizio di consegna di pasti caldi ma anche di farlo all’interno di un contesto più accogliente, in grado anche di favorire lo scambio di esperienze, l’ascolto, la socialità.

Progetto Arca Infografica

Le cucine andranno a rafforzare il servizio di San Pietro ma arriveranno anche nel XV Municipio, forse in forma itinerante o forse con base in una stazione della zona. All’orizzonte c’è poi anche l’arrivo di altri due appartamenti che permetteranno di replicare l’esperienza di Casa Arca, aprendo probabilmente anche a donne. «Siamo alla ricerca di nuovi immobili e stiamo partecipando anche a bandi su beni confiscati alle mafie», afferma Michela, per cui vi sarà presto «una valorizzazione di questo tipo di esperienza anche su Roma».