LA RIVINCITA DEI BORGHI

Natura, connessione internet e una vita "slow" a misura d'uomo. Dopo la pandemia i borghi dell'Umbria combattono lo spopolamento e puntano a nuovo futuro

Quando Piero se ne è andato dal suo paese per andare a lavorare a Roma era la fine degli anni sessanta. Lasciava un borgo di 2.000 abitanti, circa 400 famiglie. Al suo ritorno, nel 2002 quasi non lo riconosceva: oggi nel comune di Parrano, provincia di Terni sono rimasti 498 residenti e all’interno delle mura del centro storico resistono appena una ventina di persone.

Sono decine le storie di questo tipo che riguardano i piccoli borghi umbri. Un patrimonio di case in pietra e mattoni, castelli arroccati sulle colline, scorci da cartolina e panorami mozzafiato ma sempre meno abitanti. Qui la scomparsa di un’economia legata all’agricoltura durante il boom economico degli anni sessanta ha avviato un esodo che dura ancora oggi e minaccia di spopolare tanti comuni. Secondo il rapporto AUR – Agenzia Umbria Ricerche – su 92 municipi della regione, 51 sono a rischio scomparsa. Quindici di questi, sotto i 2000 abitanti sono in “gravi condizioni demografiche” con cali di popolazione che superano il 60% e sono condannati a sparire in assenza rapide contromisure. Un fenomeno che ha fatto entrare il cuore verde d’Italia nella lista nera delle regioni che perdono popolazione: è sesta dietro a Molise, Sicilia, Marche, Friuli e Basilicata.

Parrano

Foto del borgo di Parrano

Monteleone d'Orvieto

Foto di Monteleone d’Orvieto

La pandemia però ha avuto un impatto inatteso su questi territori, aprendo un nuovo possibile futuro per i piccoli borghi. I lockdown che si sono susseguiti dal 2020 hanno portato molte persone ad allontanarsi dalle città, epicentro del contagio, e a mettere in discussione lo stile di vita urbano, cercando un riavvicinamento alla natura e a comunità più ristrette. La diffusione dello smart working in molte aziende ha reso possibile il “ritorno a casa” di molti giovani che se ne erano andati e allo stesso tempo ha aperto alla possibilità per chi ha sempre vissuto in città di scoprire un nuovo stile di vita più “lento” e a misura d’uomo.

Una nuova tendenza sulla quale c’è già chi è pronto a scommettere: alcune amministrazioni locali, come quella di Parrano, hanno accellerato l’arrivo della connessione internet in fibra e approvato sgravi fiscali per chi si trasferisce nei centri storici. Sono nate anche Startup innovative come la piattaforma SMEC – patrocinata anche dall’associazione Borghi più belli d’Italia – che mette in contatto chi vuole “fuggire” dalla città per lavorare da remoto nelle strutture di accoglienza nei piccoli paesi. Tra le ultime novità c’è anche la startup SmartWay, fondata durante il lockdown da un gruppo di giovani di Montepulciano (SI) che organizza periodi di “Workation” (“work-vacation) durante il quale i dipendenti di aziende partner possono vivere l’esperienza di lavorare in smart da un borgo per un periodo che va dalle due settimane a qualche mese. Al termine dell’orario lavorativo, i dipendenti possono svolgere attività sul territorio, visite guidate, passeggiate nella natura e degustazioni, contribuendo a riattivare l’economia dei piccoli centri che partecipano al progetto.

I numeri dell'emergenza

Rivincita dei borghi infografica

STATO DI SALUTE DEMOGRAFICA

Le voci di Salci, paese fantasma

Non sono solo numeri. Il rischio spopolamento è fatto di storie e di voci. Come quella di Simonetta: “Il mio paese è scomparso. Oggi non ci vive più nessuno. Vengo qui ogni tanto a vedere ciò che rimane”. Simonetta Brillo, 72 anni, è vissuta a Salci, frazione del comune di Città della Pieve (PG) dal 1947 al 1973 insieme alla mamma e ai nonni. Sul telefono mi indica delle foto della piazza piena di centianaia di giovani. È la festa dell’Unità del 1975, sul palco c’erano Rino Gaetano e Lucio Dalla. Poi alza lo sguardo sulla piazza vuota dove oggi è cresciuta l’erba, circondata da una rete arancione e dalle scritte lavori in corso. Il cantiere è fermo dagli anni novanta. Intorno le case vuote, le finestre sbarrate, i pavimenti sventrati.

Dalla musica al silenzio è passato meno di mezzo secolo. Fino agli anni 60 abitavano a Salci quasi 1000 persone, per la maggior parte contadini e mezzadri alle dipendenze del proprietario del castello, all’epoca il marchese Paganini. Era lui il titolare di tutti gli immobili del borgo, ad eccezione della Chiesa intitolata a San Leonardo. Negli anni ’70 il Marchese vende la proprietà all’imprenditore Francesco Parrini, che abbandona il lavoro delle campagne con il progetto di trassformare il borgo in un’azienda turistica. I contadini, rimasti senza lavoro, se ne vanno e le famiglie rimaste vengono sfrattate negli anni ’80.

Podcast: Dallo spopolamento al ritorno nei borghi

“Ho visto il borgo morire anno dopo anno” – racconta Simonetta – “partiva una famiglia, qualcuno veniva a mancare, chiudeva un negozio, così nel giro di una decina di anni non è rimasto più nessuno”. La voce attraversa il silenzio del paese, un gruppo di case arroccate intorno a due piazze principali, una porta di accesso medievale “la porta di Orvieto” e la quattrocentesca Chiesa di San Leonardo con antichi dipinti. È suggestivo e spettrale. Come altri ex abitanti – hanno anche un gruppo su whattsapp – Simonetta torna spesso qui. Rimane in silenzio ad ascoltare i ricordi mentre osserva cosa è rimasto del luogo in cui è cresciuta: “Venivano a sposarsi anche dai paesi vicini, era suggestivo” – ricorda orgogliosa – “qui ho vissuto anni spensierati, non avevamo acqua corrente né riscaldamento, ma i bambini giocavano tutti insieme in piazza, eravamo una grande famiglia”.

“Chiese e castelli, lo spopolamento minaccia un patrimonio sparso nei piccoli centri di tutta la penisola”

Ora ogni anno che passa pesa sugli edifici, sempre in peggior stato di manutenzione. Il recupero ad oggi resta un sogno: nonostante alcune iniziative della cittadinanza, – Salci è stato votato tra i luoghi del cuore del FAI 2012 sponsorizzato anche dall’attore Carlo Verdone – i lavori di restauro finanziati con fondi europei negli anni ’90 sono stati solo in minima parte realizzati e la proprietà privata degli immobili non consente al comune di intervenire se non per la manutenzione delle strade. Rimane aperta la possibilità di una vendita, ma al momento pare non ci siano trattative in corso.

La storia di Salci è unica, legata al fatto che il castello e tutte le case hanno un solo proprietario, ma è simbolica del rischio che corrono decine di comuni. Lo spopolamento mette in pericolo un patrimonio fatto di arte, chiese, teatri, che sparsi in migliaia di piccoli centri in tutta Italia racchiudono secoli di storia e, senza più nessuno a custodirli e raccontarli, rischiano di venire per sempre perduti e dimenticati.

Video: Sulle tracce dei ricordi...

Parrano: il futuro è nel borgo

Digitale, natura e una vita più lenta e a misura d’uomo sono i punti chiave della strategia per invertire la tendenza di decenni di spopolamento e dare un nuovo futuro ai borghi umbri. Quello che fino a pochi anni fa sembrava un sogno oggi è reso possibile dai cambiamenti della pandemia come la diffusione dello smart working e la creazione di una nuova conoscenza sempre più critica verso gli stili di vita e consumo delle grandi città. Non a caso da qualche anno le città perdono punti nelle classifiche di qualità della vita: tra i punti critici stress, traffico, mancanza di aree verdi, ritmi serrati e insicurezza.

Secondo alcuni, come Valentino Filippetti, Sindaco di Parrano (TR) la strada è ormai segnata verso un cambiamento epocale “Stiamo vivendo un periodo di transizione, se il passaggio dall’agricoltura all’industria degli anni ’60 ha causato lo spopolamento dei borghi e la vittoria del modello abitativo della città, oggi il digitale rende possibile tornare a vivere in un piccolo comune, scegliendo una vita più slow”. Il suo comune è tra quelli considerati a rischio “grave”: in 60 anni ha perso il 60% della popolazione rimanendo con soli 495 abitanti e un centro storico con appena 20 residenti. Numeri da bollino rosso, da cui è nato il progetto di costruire un “borgo del terzo millennio” per far tornare le persone a vivere in paese. Da un anno in tutte le case del centro storico sono servite con la connessione internet con fibra (fino a 1 Gigabite di connessione veloce). Inoltre, per garantire prezzi calmierati sugli affitti, il comune ha eliminato le tasse comunali (Imu e Tari) ai proprietari che affittano la propria casa sotto i 250 euro al mese.

“Digitale, natura, vita slow e comunità i benefici di vivere in un piccolo paese”

Obiettivo: non far andare via i pochi giovani rimasti e attirare a Parrano giovani e famiglie. “Vorremmo attirare qui i ragazzi delle grandi città europee, che non sono più convinti del modello di sviluppo della città e che possono fare un’esperienza nel nostro piccolo paese lavorando da remoto con la connessione internet veloce, partecipando a una vita di comunità aiutandoci a far rinascere il nostro paese” continua il Sindaco. Intanto gli incentivi hanno avuto già qualche effetto: lo scorso anno sono arrivate nel paese 40 persone di cui 7 hanno usufruito degli sgravi fiscali. Tra i nuovi arrivati anche qualche famiglia con bambini: nel 2020 i sette nuovi alunni hanno dato una nuova boccata d’aria alla scuola elementare che rischiava di chiudere per l’esiguo numero di studenti.

Tra questi Margherita, impiegata di 40 anni, ha lasciato Roma per trasferirsi nel centro storico insieme alla figlia di 11 anni nel maggio 2020. “Durante il lockdown abbiamo visto l’intervista del sindaco in TV che faceva un appello per ripopolare il borgo. La decisione è stata immediata: abbiamo chiamato e dopo un mese eravamo già qui. è una scelta che ho fatto soprattutto per mia figlia, dopo mesi chiusa in casa volevo portarla nel verde, a giocare all’aperto.”

“Dopo il lockdown da Roma mi sono trasferita nel borgo. Ho detto addio al traffico e mia figlia cresce nel verde”

Parrano - Rivincita dei borghi 4

Margherita, impiegata di Roma si è trasferita a Parrano dopo il lockdown a maggio 2020.

Da allora la sua vita è cambiata: Margherita si divide tra giorni in smart working e giorni da pendolare con il treno che in un’ora e mezzo la porta a Roma. Ha detto addio al traffico ma a fare davvero la differenza è il senso di comunità, la possibilità di partecipare a iniziative e progetti comuni nel borgo, di stringere una rete di legami sinceri e profondi. E poi c’è la natura “A Roma avevo un orto urbano” dice “ma qui a due passi c’è una riserva della biosfera del Monte Peja, tanti percorsi ciclabili, mia figlia crescerà all’aria aperta a contatto con la natura.”

Certo ci sono anche i contro, come la necessità di usare la macchina per portare la bambina a lezione di musica a Cetona, 20 minuti d’auto: “ma a Roma per spostarsi da un quartiere all’altro è la stessa cosa no?” sorride. “Vorrei rimanere, mettere qui le radici. Penso che il futuro vada in questa direzione, riscoprire la ricchezza dei legami di comunità, il proprio tempo, la natura. Il borgo è il luogo ideale in cui farlo. La pandemia ci ha portato una nuova consapevolezza: è ora di cambiare prospettiva.”

Goal 11: città e comunità sostenibili

Bisogna cambiare prospettiva. Alla radice della scelta di molte persone di tornare a vivere nei borghi c’è la messa in discussione del modello abitativo urbano degli ultimi 50 anni e la volontà di cercare alternative possibili, che si concilino con un maggior benessere e una maggiore attenzione per la salute delle persone.

Un obiettivo in comune con l’Agenda 2030 dell’Onu, che nel Goal 11 mira a rendere gli insediamenti umani più inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili.

L’Onu parla chiaramente della necessità di rafforzare il coordinamento regionale e nazionale per supportare i legami economici, sociali e ambientali tra aree urbane e rurali. Inoltre, sottolinea l’importanza degli Spazi verdi, dei quali deve essere garantita l’accessibilità per tutti – soprattutto per donne, bambini, anziani e disabili-.

Agenda 2030 Onu Goal 11

“Ripensare il nostro modo di abitare, elaborare nuovi modelli più sostenibili è una questione di sopravvivenza”

Immaginare nuovi spazi per la vita, ripensare il nostro modo di abitare questa terra, scegliendo nuovi modelli non è solo una moda del momento, ma una necessità in un mondo in cui il cambiamento climatico è ormai una realtà inarrestabile. La sostenibilità non è più una questione puramente etica: è una scelta di sopravvivenza. E ancora di più, è pretendere un miglioramento della nostra qualità della vita, rivendicare il diritto a respirare aria pulita, a non ammalarsi, a mangiare sano, a vivere bene. E chi dice che una parte degli insediamenti del futuro non possano essere proprio comunità più piccole, borghi “smart”, abbastanza piccoli e lontani dalla città per eliminarne molti problemi- traffico, inquinamento, stress – ma sempre connessi con essa per tutte le necessità in cui diventa irrinunciabile?